Quando ero bambina, il gioco che mi piaceva fare più di ogni altro era disegnare e poi realizzare abiti per le mie bambole.
Utilizzavo i tessuti e le passamanerie più strane e imprevedibili, piccoli pezzi di stoffe per tappezzeria, cordoni di spago, treccine di rafia, ritagli di tende o copriletti, bordure lavorate a maglia o all’uncinetto. I vecchi vestiti di nonni e di zii, odorosi di muffa e di antiche memorie, diventavano gioiosi abitini, gonne a pieghe, scamiciati pieni di fronzoli.
Mescolavo sfumature e consistenze creando abiti super colorati nei quali lana, seta, maglia e broccato si fondevano assieme trovando una reciproca compatibilità che andava al di là di ogni immaginazione. Vestivo e cambiavo le mie bambole preferite, sognando a occhi aperti un futuro inesplorato al centro del quale danzavano universi di organze e sete impalpabili.
